Estratti

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FEBBRAIO 2001 – LA DIETA DIVERSA

Comunque, fa sul serio. Sono passate solo ventiquattrore ed è già andato da un dietologo. E’ tornato all’ora di cena con un fascicoletto leggero, che mi mette in mano. Contiene le prescrizioni quantitative ed i dettami sulla preparazione del cibo, da seguire fino al raggiungimento del peso desiderato. Gli do una scorta veloce. Mi pare fantastico…. Dal mio punto di vista, è semplicemente un elenco di pietanze poco laboriose e decisamente non impegnative da imbastire nel piatto della sera. Vassoi di carpacci, pesce bollito, zuppierone di insalate… Praticamente, il sogno della massaia senza vocazione. Perfetto.

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E’ passata una settimana. Sembrava troppo bello per essere vero. In effetti, ho già cambiato idea sul mio desiderio di vederlo tornito di due taglie: stanno spuntando troppi effetti collaterali!  Al punto che oggi darei qualunque cosa per convincerlo ad assaggiare un piatto di ravioli al burro. Ebbene sì. Dopo soli pochi giorni in compagnia di un consorte a stecchetto, si scopre che l’elisir d’amore non è un’oscura pozione dall’alchimia misteriosa: ma è un comune e volgare condimento a base di grassi saturi. La ragione è presto svelata. Innanzitutto, un essere vivente a limitata carburazione, la sera non emana più di certo l’energia sufficiente a scaldare un letto a due piazze.
Con una temperatura corporea da rettile cavernoso (e senza uno straccetto di pigiamino) il consorte a metabolismo singhiozzante si presenta sul materasso, intirizzito come un baccalà. Non occorre scomodare alcuna attricetta anoressica dello spot sulla moneta elettronica, per affermare che due piedi caldi nel letto a dicembre non hanno prezzo. Ma soprattutto, l’inquietudine e il nervosismo scaturenti da una cura dimagrante sono  paragonabili – per un buongustaio – solo al malumore derivante – per un tifoso incallito – dalla perdita dello scudetto su rigore al novantatreesimo. Con la differenza che l’umore nero da crampo allo stomaco dura per almeno due mesi. E in più, a sollevarlo non c’è il comprensivo barista del lunedì mattina che dispensa pacche sulla spalla davanti la gazzetta dello sport; c’è solo una moglie, condiscendente quanto può, armata di consigli nutrizionisti e santa pazienza, che cerca di domare il leone affamato,  disponendo solo di carpacci magri e patate bollite su giorni alterni. Questa sì, che è una sfida da premiare. Altro che diventar famosi per esser sopravvissuti sopra la sabbia e sotto i riflettori di un’isoletta a cinque stelle.

Da otto settimane resisto nel dividere la tavola della cucina e il letto della camera con un mastino irrequieto. Sto perdendo dieci kilogrammi di consorte, in cambio di una presa massiccia di intrattabilità. Non a caso, si dice che ogni cosa ha il suo prezzo.

GLI INTEGRATORI

Servono solo cinque mesi a confermare che non mi sbagliavo.  “Sono stanco della sola e noiosa limitazione alimentare. Esco un attimo” mi dice Pietro-l’imprevedibile sulla porta di casa con aria appesantita. Torna dopo venti minuti.  Ha in mano un sacchetto della farmacia, pieno a tal punto che potrebbe contenere un campionario di medicinali per un intero reparto d’ospedale. Alla mia richiesta di spiegazioni, lui tira fuori dal cappello una serie di conoscenze scientifiche di chimica alimentare. Sono tali competenze che lo hanno incoraggiato ad acquistare uno scaffale di integratori nutritivi per tutte le esigenze.

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“Il metodico ingerimento di queste sostanze compenserà eventuali carenze d’alimentazione e contribuirà all’accelerazione del dimagrimento” proclama con fare da nutrizionista esperto. Butto un occhio: abbiamo d’innanzi il tripudio della molecola vitaminica al limite del legale. Ci sono capsule di Omega 3 per lo scioglimento dei grassi nelle arterie, fiale di arginina per il potenziamento delle proteine, tavolette di lisina come amminoacido per la prevenzione di anemie, pastiglie di integratori multivitaminici dalla A alla Z, …e per finire compresse di triptofano e iperico come antidepressivi per sfuggire ad una nervosa prostrazione da fame bellica. L’elisir di lunga vita in barattolo.
Oltre all’investimento in un simile approvvigionamento, che supera di gran lunga la stima per una liposuzione in clinica svizzera, occorrerà fare i conti con l’acquisizione sistematica dei nutrienti. Se partiremo per un fine settimana al mare, ci dovremo portare una collezione di pastiglie da far impallidire il portapillole di un settantenne operato cinque volte di by-pass. Non solo. Già da oggi ci sono orari e ritmi da rispettare: integratori per la mattina e per l’imbrunire, da ingerire prima dell’insalata o dopo lo yogurt. Guai a dimenticarsene!
E’ tarda sera. La bimba dorme già da un paio d’ore ed io esco dal bagno con la mia nuova camicina da notte color rosa antico. Poi sul più bello, il mio pavone – già su di giri – interrompe il corteggiamento:      “Aspettami ancora un attimo. Sai che dopo mi addormento subito. Vado a prendere le mie pillole e torno…”
“Non mi muovo…” lo rassicuro. Se non altro, non sono quelle blu.

MARZO 2006 – A PROPOSITO DI FIGLI PICCOLI

Sto, se non altro, sperimentando qualcosa di nuovo e a suo modo istruttivo. Essere lì per loro, per affrontare bisogni di prima necessità e voglia di coccole, è una originale lezione di umiltà e servizio. E’ un lungo intervallo di dedizione che interrompe bruscamente i miei progettini individuali. Ci stiamo però educando reciprocamente: il fatto che abbia la responsabilità di prospettare loro una vita con un senso (e senza ‘fregatura’ sottostante) mi mette nella necessità di domandarmi qual è il senso della mia. Ho la sensazione di stare crescendo con loro; di certo sto diventando più forte. Ogni giorno combatto battaglie per le piccole cose, spesso le perdo e sono costretta a ricominciare. Ma l’importante è vincere la guerra. E aggiudicarsi la guerra è riuscire ultimamente a imporsi sulla capricciosa apatia infantile e trasmettere loro la passione del vivere. Un lavoraccio.

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Tutta la fatica necessaria per conseguire l’ambizioso scopo è un segno ineluttabile che la realtà, per quanto organizzata provi ad essere, non è nelle mie mani. Sto scoprendo che gli esserini, perennemente con la testa fra le nuvole, non rispondono al mio campanello come cani di Pavlov. Se posso dire di averli sfornati io, non posso più dire che soddisfino il mio programmino pronto. La realtà non la determino io.

Stasera – tanto per cambiare – sono stanca. Appena sento arrivare in casa Pietro-il-randagio, di rientro da tre giorni lavorativi fuori città, lo travolgo con il mio sfogo liberatorio. Gli mostro il pallone che ha decimato il servizio di bicchieri, il graffito arcobaleno sul muro dell’antibagno, il marchio dentato sul mio avambraccio. Lui sguscia veloce in cameretta e a malapena riesce a vedere le tre simpatiche canaglie per il bacio della buonanotte. Poi, trovandomi affaticata, cuor di papà cerca di consolarmi. Ma, lo fa a modo suo.
“La stanchezza – mia cara – ti costringe a riconoscere le ragioni per cui fai le cose”.
Mi da una pacca sulla spalla e chiude la porta dietro di sé. Tutto qua?? A sentirlo, vorrei lanciargli addosso barilate di quell’appiccicosa fruttina cotta che è avanzata in cucina. Ma so che in fondo ha ragione da vendere. E alla fine, la brodaglia dolce me la finisco io a denti stretti.

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